12.30.2011

Album 2011 #01 Dez Mona "Sága"

#01 DEZ MONA - "SAGA"
Probabilmente l'album meno considerato dell'anno, anche se il precedente Hilfe Kommt aveva avuto riscontri positivi anche da noi, peccato, forse è complice il fatto che i cari Dez Mona siano fin troppo restii  ad uscire dai confini belgi ed olandesi in quanto a live..Avendo avuto la fortuna di vederli un paio di anni fa a Milano (un mezzo miracolo), posso dire che anche solo nella loro formazione più classica sono fantastici, immagino dunque che accompagnati dalla BOX (l'orchestra barocca) lo siano ancor di più...e vedendo qualche filmato qua e la viene da incrociare le dita perchè chissà, magari decidano di viaggiare un po' su e giù per l'Europa.
Comunque sia, sì, per me Sága è l'album più interessante e soprattutto affascinante che sia uscito quest'anno!! :)
Ne avevo lautamente scritto qui: http://omote-no.blogspot.com/2011/09/saga.html ma ricopio tutto il testo qui sotto, aggiungendo dei video:
SAGA
La loro terza uscita, Hilfe Kommt, li ha fatti conoscere ad un pubblico decisamente più amplio, tanto che non è difficile trovare i loro album anche in posti come la FNAC o simili, comunque sia un piccolo cenno biografico forse occorre ugualmente.
I Dez Mona si formano nel 2003 durante il Recyclart Fest. a Bruxelles, inizialmente dall'unione di Gregory Frateur e Nicolas Rombouts al contrabbasso che nel 2005 pubblicano "Pursued Sinners"; man mano si aggiungono elementi, quindi Roel van Camp alla fisarmonica, Bram Weijters al pianoforte, Steven Cassiers alla batteria e successivamente l'inserimento di qualche corista, ed in questa formazione nel 2007 pubblicano "Moments of Dejection or Despondency" e nel 2009 appunto "Hilfe Kommt".
A parte il carisma e la Voce di Frateur (talvolta accostato addirittura a Nina Simone, talvolta ad Antony Hegarty), a colpire è la loro capacità di mischiare perfettamente molteplici generi, dall'evidente influenza jazz, al folk, al gospel, ad elementi "punk" (più evidenti nel primo album), comunque sia sempre ricorrendo a strumentazioni "classiche", ma dando importanza ad un aspetto volto alla sperimentazione, una ricerca di nuove sonorità e soprattutto di originalità.

Sperimentazione ed originalità non consistono soltanto nel saper unire sonorità classiche a strumentazioni elettroniche, talvolta campionando e stravolgendo le prime (cosa che comunque a me piace!), può consistere anche nel rispolverare vecchi strumenti medievali ormai dimenticati, i progenitori dei nostri attuali violoncelli, violini, chitarre, arpe, strumenti a fiato etc. etc. e ridare loro vita, di fatto "contemporaneizzandoli" (esiste questo termine?) ma senza stravolgimenti.
Il quarto album dei Dez Mona "Sága" infatti oltre a Frateur, Rombouts e van Camp ai rispettivi posti, è stato completamente realizzato con la collaborazione della Baroque Orchestration X (BOX), una vera e propria orchestra composta da strumenti risalenti all'epoca barocca, sotto la direzione di Pieter Theuns e Jutta Troch. (www.boxcollective.be)
Sicchè una "viola da gamba" (sembra un violocello, ma con molte più corde), strani strumenti a fiato, un'arpa barocca (suonata da Jutta Troch), un'antico organo, strani antecessori del violino ed un theorbo, uno strano liuto con un'infinità di corde suonato da Pieter Theuns; il loro suono che sa davvero di antico, usato in un contesto attuale produce un effetto piuttosto affascinante.
Quanto a Sága, l'album è strutturato come una narrazione vera e propria (ha un chè di teatrale, sicchè potrebbe essere anche definita come Opera), e si riferisce alla dea della mitologia Scandinava a cui venivano dati poteri di chiaroveggenza e saggezza (la mitologia nordica non è il mio forte :), quindi non vado oltre a queste scarse informazioni...), comunque sia questo aspetto non fa che conferire all'album un carattere meditativo sulla natura umana e l'ambiente in cui vive,il rispetto per esso, e cosa più importante la continua ricerca di un miglioramento.
Sicuramente un ascolto insolito, pur usufruendo di strumenti antichi ha un aspetto innovativo...forse non bastano 2/3 ascolti per apprezzarlo pienamente...in due giorni credo di averlo ascoltato una ventina di volte e non riesco a staccarmene! Anzi, devo dire che ne sono del tutto rapita!
L'album è stato presentato in anteprima l'8 settembre ad Antwerp con un live dal taglio teatrale, grazie anche alla collaborazione con l'artista e lighting designer Jan Pauwels e la stilista Veronique Branquinho:

Qui sotto invece un mini-set della Baroque Orchestration X dello scorso anno per la TEDConference, che include la cover "Grow, Grow, Grow" di PJ Harvey e "Pyramid Song" dei Radiohead, poi all'11° minuto arriva Frateur con uno dei brani contenuti in Sága, precisamente "Soldiers":

Qui sotto lascio 20 minuti live...il primo brano si sente malissimo, poi diventa accettabile:

La prossima settimana caricherò la playlist di fine anno (già pronta da novembre!), e poi c'è ancora la questione della "cosuccia" fuori classifica...no, non è tutta quella sfilza di brani inediti che Antony ha scritto per "The Life and Death of Marina Abramovic", promesso!...intanto, sarò off-line fino a lunedì dato che porto i miei gatti in montagna, lontano dai botti sparati dai tamarri, sennò poverini mi infartano. Dunque se qualche link non funziona o ci sono altri intoppi, pazienza per qualche giorno.
Allora Buon Anno! :)

12.29.2011

Album 2011 #02 Julia Kent "Green and Grey"

#02 JULIA KENT - "GREEN AND GREY"
Senz'altro l'album che ho atteso maggiormente, l'album che ho ascoltato di più, e che ho amato di più, e poi Lei dal vivo che sia sola nella sua forma più classica, in collaborazione con Beauchamp in un contesto più sperimentale, con i Larsen o con i Blind Cave Salamander, con Antony o con Barbara de Dominicis, lascia sempre senza parole! Proprio a causa della mia smisurata venerazione per la Kent, ero in dubbio se piazzarla prima (comunque lo è!), ma anche quelli che posterò domani sono lo stesso in vetta a questa "classifica"...vabbè, capito no? :)
Qui sotto rimando al post originale, che riletto ora  mi ha fatto seriamente preoccupare di me stessa...per non parlare dei colori che ho usato per scrivere i titoli:http://omote-no.blogspot.com/2011/03/julia-kent-green-and-greyafter-several.html
Qui sotto invece ricopio l'intero post (sì, quello preoccupante del link sopra), aggiungendoci però alcuni video:

"GREEN AND GREY"
Si legge da una sua intervista pubblicata qualche giorno fa su Pitchfork (qui), la sensibilità e l'attenzione di Antony riguardo la tutela ed il rispetto della Natura e dell'ambiente, alla fine l'hanno fortemente influenzata; "Green and Grey", come facilmente deducibile già dal titolo stesso, esplora la convivenza tra i due mondi, il verde, colore con cui s'identifica la Natura, ed il grigio, il colore prevalente nell'artificialità umana.
Re-interpretando "Delay", il primo album solista della Kent (2007), ora potrebbe essere visto come un preludio, l'inizio di un percorso di consapevolezza; in copertina una fila di carrelli per il trasporto delle valigie in aeroporto, il tutto ben riassunto proprio in quel colore triste ed occludente: il grigio. "Delay" difatti è stato ideato e composto per la maggior parte negli aeroporti da cui prendono titolo i brani dell'album, "Fontanarossa", "Malpensa", "Venizelos"... Solita prendere una miriade di voli aerei per via dei tour e subendo gli annessi ritardi (appunto "Delay"), la Kent ha potuto esplorare a fondo l'alienazione, l'omologazione, la tristezza di questo non-luogo...da una parte con i vari interludi inseriti tra un brano e l'altro: il vociferare in sottofondo, segnalazioni acustiche, passi, bagagli trascinati  velocemente a terra...tutti registrati in presa diretta e talvolta campionati; dall'altra parte i brani veri e propri che sembrano voler descrivere un rifugio da quel caos, ma che in fondo lasciano la sensazione di una profonda claustrofobia e di disagio. Almeno, questo è quel che ne ho riassuntivamente percepito...ma poi non è sempre possibile poter descrivere le proprie sensazioni con particolare finezza, tanto più se si tratta di un album strumentale.


L'estate scorsa l'Ep "Last Day in July", e qui, come scritto da me a proposito, si ha a che fare con con un temporalone che segna la fine dell'estate...la Kent con il suo violocello è capace di descrivere in musica quel preciso momento, quel passaggio, ed è capace di farlo con una grazia ed un profondità tale da poter essere immaginato visivamente, come se si trattasse di un documentario. Tra un brano e l'altro mancano gli interludi, sostituiti invece da sensazioni acustiche (la pioggia, i passi sulle pozzanghere, l'acqua), come parte integrante del brano stesso...è come se mancasse il distacco tra realtà e necessità, ben radicato invece in "Delay"...la Natura, la quiete, l'osservazione dei fenomeni, sembrano coincidere con le aspettative e le necessità della stessa Kent.


 Poi arriva "Green and Grey":
         http://music.juliakent.com/
In linea generale concordo con la recensione del The Liminal: http://www.theliminal.co.uk/2011/02/julia-kent-green-and-grey/
il punto di vista può essere duplice  e soggettivo, ossia: si tratta di osservazioni dei fenomeni naturali visti all'interno di un contesto urbano? Oppure si tratta di fenomeni naturali, visti e vissuti nel loro ambiente, con lo stupore di chi però a quell'ambiente si sente ormai estraneo?
Di sicuro c'è il fatto che il contesto Natura rappresenta una fuga dal caos, il luogo dove trovare calma e serenità, un fattore da riscoprire...il punto di arrivo di un percorso. Ma andiamo con ordine:
Julia racconta  che in effetti erano circa 3 anni che lavorava dietro a quest'album, ed il tutto nacque mentre stava registrando con Antony (suppongo l'album "The Crying Light"), in un piccolo studio poco fuori New York, praticamente localizzato nel mezzo di un bosco. Qui rimase affascinata dalla ritmicità dei suoni emessi dagli insetti (nello specifico, delle cicale), cominciò così a realizzare svariate registrazioni dei rumori ambientali circostanti, senza però avere un'idea precisa di cosa farne...successivamente, nelle brevi pause tra un tour e l'altro, ha riflettuto sul significato di quei suoni, ha riflettuto sul perchè si sia sentita allo stesso tempo affascinata, intimorita e spaesata  in un ambiente non urbano, e quindi sul suo rapporto con la Natura. Tornata dunque nella tranquillità del suo appartamento a Manhattan ha messo insieme tutte quelle registrazioni...
- L'album comincia con "Pleiades", le cicale introducono il brano che parte lento, riflessivo (a tratti mi ricorda Philip Glass nella soundtrack "The Hours")...sembra quasi l'avvicinarsi cauto e circospetto ad un mondo sconosciuto, che pian piano diventa sempre più familiare, fino ad abbandonarsi allo stupore. Resta sempre la doppia possibilità: si tratta di un'esperienza vissuta nel contesto urbano, quindi le cicale si trovano nel giardino, le stelle vengono guardate da dietro una finestra? Oppure il tutto viene vissuto in un contesto non urbano?
- "Ailanthus", (già contenuto nell' Ep "Last Day in July") , detta anche "pianta del paradiso" per via delle altezze che può raggiungere (fino a 25m di altezza), è una pianta infestante...il fatto che il brano parta con dei passi sull'asfalto e che continui con ritmo ripetitivo, che sembra quasi delineare un cerchio che si espande, mi fa percepire il lungo e lento lavoro attuato per impossessarsi di un luogo...resta poi da capire quale sia la vera "pianta" infestante...

Julia Kent (2) live Paris 2010 feb. 22 di NoMoreReturn
- In "Toll", ossia il dazio, il conto da pagare sempre inteso nell'ottica della duplice visione Natura/uomo. Si torna ad una classicissima Kent, il brano si apre, si sviluppa con il caratteristico intrecciarsi di loops che man mano si aggiungono e si sommano, per poi tornare su stesso nella conclusione, il tutto caratterizzato da una certa cupezza...che forse lascia intendere quale sia la sua personale visione.
- Si arriva ad "Acquario"...il rumore dell'acqua ben delineato all'inizio, accompagna tutto il corso del brano in sottofondo...la Kent è capace di trasformare il suono prodotto dal suo violocello in correnti, mulinelli, cascate, le sue sonoritè sono fluide, liquide, diventano l'artificio capace di descrivere in immagini lo scorrere dell'acqua...e che si trovi in un acquario posto nel salotto di casa o si tratti di un torrente od un corso d'acqua, ha ben poco conto.

Julia Kent (1) live Paris 2010 feb. 22 di NoMoreReturn
-"Tithonos", le cicale aprono ed accompagnano tutto il brano...qui rientra la mitologia greca...
la leggenda narra che Eos (amante di Titone) chiese a Zeus di donargli l'immortalità, dimenticando di richiedere anche l'eterna giovinezza. Vedendo il suo amato diventare sempre più vecchio e privo di forze, Eos ottenne che esso fosse mutato in cicala
-"Guarding the Invitations", tra i miei preferiti, con aperture da brividi ed un'eleganza senza pari. Fortunatamente si trova una sua performance su YouTube, relativa ad un live tenuto lo scorso maggio a Milano (in cui ovviamente c'ero).
- Si continua con "Overlook" e grazie alla capacità descrittiva della Kent, non vi è molto da aggiungere...la vista di un paesaggio, le sue caratteristiche fin nel dettaglio (naturali e non...)
- "A Spire", ecco il capolavoro dell'album (almeno per me)! L'unico riferimento chiaro ad un costrutto umano: "spire", una torre, una guglia...a simboleggiare un po' l'orgoglio di ergersi al di sopra della Natura. Al primo ascolto sono rimasta inebetita! Ricorda molto Zoe Keating nella migliore condizione (d'altra parte anche lei era parte delle Rasputina); ok, non è certo la prima volta che Julia Kent inserisce altre strumentazioni alle sue composizioni (piccoli e vecchi sintetizzatori), ma questa volta entrano a farne parte un beat (ma leggero neh!) in sottofondo e quello che sembra essere uno xilofono (che sia poi al sintetizzatore o no, questo non lo so...). Posso dire che potrei ascoltarlo tutto il giorno senza sosta e rimarrei sempre a bocca aperta! :)
- E dunque "Missed", che io percepisco come la sensazione di estraniazione nei confronti di una realtà che non ci appartiene più. La stessa Kent dice infatti che nonostante questa sua riflessione, e nonostante essere più sensibile ed attenta ora ai fenomeni naturali, ne è comunque spaventata...intendendoli come manifestazioni molto al di sopra delle nostre possibilità e decisioni.

Julia Kent (5) live Paris 2010 feb. 22 di NoMoreReturn
- "Dear Mr. Twombly"...brano più meditativo, anche questo caratterizzato dalla piccola "intromissione" di un sintetizzatore (che ricorda un po' "Fontanarossa"). Resta un po' un punto interrogativo, di Twombly conosco un pittore americano che fu capace di unire lo stile grafico del disegno, alla pittura...e dubito si riferisca a lui. (invece poi si è scoperto che è proprio lui il Twombly in questione!)
- Si giunge al finale con "Wake Low"; indicano le linee (si può dire isobare?) che delimitano le aree di bassa pressione,  che sono poi quelle più soggette a fenomeni atmosferici legati maltempo, come la pioggia ed il vento. Da l'idea di una lunga e ponderata riflessione che termina con una presa di coscienza, una nuova percezione...a terminare il brano (e quindi l'album) è lo stesso rumorio emesso dalle cicale, con cui si apre "Green and Grey"...ma giunti a questo punto, è chiaro che il significato di questo fenomeno non è più lo stesso. Dapprima si tratta di un episodio forse un po' banale, ma che suscita un certo stupore, è una scoperta...lo stupore poi stimola una riflessione che porta ad una comprensione profonda del suo significato e questa infine ad una nuova consapevolezza.

Come al solito, le mie parole a sproposito non sono minimamente in grado di lasciar intendere la reale sostanza (e  bellezza) del lavoro in questione, ed ho anche un po' l'impressione di aver qua e la sviato dall'essenzialità del suo significato...il fatto è che ci sarebbero da aggiungere parecchie "cose" su quest'album e sulla sua lavorazione che il post risulterebbe illeggibile. L'unica speranza è quella di non aver allontanato nessun dall'ascolto di questo capolavoro! :)
Buon ascolto!...ah già, nessun link per il download qui neh! :)

12.28.2011

Album 2011 #03 Joan as Police Woman "The Deep Field"

Le prime tre posizioni (a questo punto davvero scontate), si equivalgono in numero di ascolti ed indice di gradimento/attesa...tre album che non hanno nulla in comune l'uno con l'altro 
#03 JOAN AS POLICE WOMAN - "THE DEEP FIELD"
Vergognosamente non ho scritto nulla di specifico su "The Deep Field", eccetto che per questi due miseri post: omote-no.blogspot.com/2011/01/su-vogueitjoan-wasser.html
omote-no.blogspot.com/2011/01/fin-quando-resta.html
Non ha senso dilungarsi ora, e così aggiungo una nota personale; quest'anno ho visto parecchi concerti che mi hanno emozionata e divertita, e tra questi anche Joan che sono riuscita a vedere ben 3 volte...e proprio nella data più scadente in quanto a location (il parcheggio di uno shopping center qui a Torino) e soprattutto in quanto ad organizzazione (dopo 45 minuti è stata invitata a scendere dal palco per lasciare spazio agli Ok Go!), ho vissuto il momento più emozionante tra tutti (be', c'è anche quel "Man is the Baby" a Copenhagen, ma è differente... ). Era metà luglio, ma tutto sommato faceva anche fresco e tirava una certa arietta, per tutto il (breve) live non ero riuscita a distogliere lo sguardo dagli zepponi dorati che Joan indossava insieme ad una tuta bianca in stile eroina dei film '70 di serie z di stampo fantascientifico, con il nome del gruppo stampato sul lato destro del torace (ed assicuro che il binomio scarpe/tuta era piuttosto agghiacciante, era impossibile guardare altro!); ad un certo punto, lasciata la postazione tastiera ed imbracciata la chitarra, Joan è partita con "Flash", e nei sette minuti successivi (più o meno la durata del brano), il solito brusio della gente che non ho mai capito perché vada ai concerti per parlare in continuazione durante i brani, si è interrotto, ed io, forse per lo stesso motivo che ha spinto tutti al mutismo, sono riuscita a distogliere lo sguardo da quegli orridi zatteroni, incantandomi sui suoi capelli tinti di un nero corvino che svolazzavano ordinatamente mossi da quell'arietta che citavo poco fa...7 minuti incantevoli! :)


Buon ascolto, e speriamo di rivederla presto!! :)

12.27.2011

Album 2011 #04 Human Greed "Fortress Longing..."

#04 HUMAN GREED - "FORTRESS LONGING..."
Qui sotto il post originale:
Ma dato che siamo giunti ormai nelle zone "alte", riporto il tutto (mi spiace che il link non funzioni più e non sono nemmeno riuscita a trovarne altri ancora attivi...):
 MELANCHOLIC EXTREMISM
Il titolo del post non è una mia voluta esasperazione nel tentativo di riassumere sbrigativamente l'essenza di un album (come mio solito...), ma è come la stampa polacca, durante il tour del 2008 per la loro terza uscita "Black Hill: Midnight At The Blighted Star", ha definito le sonorità degli Human Greed. Formazione nata nel '99 dall'unione tra lo scrittore scozzese Michael Begg e l’artista visuale Deryk Thomas, giunta ora suo quarto disco, dal titolo capace di fare intendere nell'immediato la sua complessità: "Fortress Longing: The Internal Campaign for the Safe and Complete Return of the Sleeping Egyptian to the Desert". Nel tempo, anche piuttosto recente, Begg ha collaborato con altre formazioni, quali "Nurse with Wound", "Blind Cave Salamander" e Laura Sheeran con cui ha contribuito anche alla pubblicazione del debutto "Fovea Hex" (tra l'altro, non ho mai messo nulla...vabbè il prossimo post), e proprio da queste collaborazioni (ma non solo...), ha reclutato i musicisti/artisti per la realizzazione di questo "Fortess Longing" (abbreviamolo così...). Quindi appunto Laura Sheeran, Tommy Aashildrød, Nicole Boitos (autrice della copertina), Colin Potter, e poi una violoncellista canadese di cui forse avrò parlato giusto una volta o due su questo blog...se non ricordo male si chiama Julia Kent...quanto sono monotona! :) Certamente si tratta di un album non facilissimo da ascoltare, come sempre bisogna essere un po' abituati a questo tipo di sonorità, un perfetto sinergismo tra strumentazioni classiche, quindi il violoncello (di quella certa Kent), violini, arpe,campane tibetane, un pianoforte e sonorità elettroniche tra sintetizzatori e field recordings che derivano dai viaggi di Begg tra Grecia, Egitto, Londra e Francoforte...è un album (oltre che estremamente malinconico...), estremamente complesso e per questo affascinante come pochi altri ascoltati da me quest'anno (sicchè dopo parecchio scrivo un post monografico).
Tornando alla questione Kent, ok sono particolarmente monotematica, ma in fin dei conti cosa posso farci se ogni suo progetto o collaborazione risulta essere così bello?!? E non a caso il brano che più resta impresso di "Fortress Longing" è "The Green Line": testo scritto da Begg, letto da Aashildrød, accompagnato dal suo violoncello, cupo, profondo, che non fa altro che amplificare la rappresentazione per immagini che già il testo è capace di evocare nella mente...a questo punto, solo dopo averlo ascoltato, avrete ben chiara la sua profondità.
***The Green Line***
There is a path, A green line
that runs from the twilight mountains to the midnight sea.
The longer you walk this path
The more clear it seems
You cannot return to the mountain
You will never reach the sea
This liminal moment in full view of your limitations
Where the ivy holds a fragile, transitory peace with the snowdrops
This liminal moment
Where a son bids a sunny farewell to a father
And pedals off into the mossy shadows
This liminal moment
Where the father is not so old
Where the son is not so sure
This is your moment now
All the flowers are open
The new stars are aching in this terrifying sunset
Of silence and cave water
Amid these tiny favours through which we hide from death;
the bloated womb,
the sonorous bells that command you to lift your empty head,
your scribbled activity in the world
Sometimes, it doesn’t get light at all.

The Green Line by OMNEMPATHY
The Green Line by OMNEMPATHY


Buon ascolto!...se necessita l'album, basta chiedere ;)

12.26.2011

Album 2011 #05 Dustin O'Halloran "Lumiere"

#05 DUSTIN O'HALLORAN - "LUMIERE"
 Rimando al post originale:
http://omote-no.blogspot.com/2011/04/cripticismi-primaverili.html
E' casuale il fatto che questo album capiti proprio il 26, ma per chi come me trova il 25/12 un giorno estremamente triste/deprimente/insopportabile, tanto quanto la nausea che si prova nel dover stare seduti a tavola per ore e vedere parenti vari che si strafogano mentre elaborano gli stessi identici discorsi che si sentono fare sui pullman la mattina, deprimente ed insopportabile come dover ricevere regali, aprirli e fingersi pure contenti e ringraziare, o come dover fare regali etc etc...questo è il rimedio perfetto per riprendersi. Sfatti, pieni, disgustati e tediati fino alla morte, la mia indicazione medica consiste di poche e semplici azioni (e va bene anche per chi volendo fare l'alternativo a tutti i costi, sostiene di essere contro la medicina classica occidentale e preferisce affidarsi alle erbe perché non sono legate alle lobbies...ma spero vivamente che nessuno di chi si trova a passare su questo spazio web, appartenga al genere!...ecco, il Natale ed una zia devastante in quanto a cazzate sparate all'ora, mi hanno resa intollerante!): adagiatevi senza troppa cura nei movimenti sulla poltrona preferita, o divano o letto, insomma, quel che è più comodo e vicino. Computer sulle gambe o iPod poco importa, cuffie nelle orecchie (e magari una tazza di thè verde con la menta che aiuta la digestione), ed in totale solitudine e silenzio, ascoltatelo (magari anche un paio di volte di seguito)...il risultato è un immediato sollievo, la nausea cessa, e si ha la benefica consapevolezza che manca ancora un anno al prossimo 25/12 (certo che sussiste ancora il dramma 31/12, ma con un po' di astuzia ci si può divincolare!).
Così, ho pensato anche ad una tripla dose di video, per essere sicuri insomma:


Buon ascolto! :)

12.25.2011

Album 2011 #06 My Brightest Diamond "All Things Will Unwind"

Bisogna andare avanti, soprattutto a Natale!!:
#06 MY BRIGHTEST DIAMOND - "ALL THINGS WILL UNWIND"
Rimando al post originale (lunghissimo):
http://omote-no.blogspot.com/2011/10/theres-rat.html

Se vi è sfuggita live a Novembre, be', tra le altre cose vi persi momenti come questo:


Buon ascolto! :)

12.24.2011

Album 2011 #07 Baby Dee "Regifted Light"

#07 BABY DEE - "REGIFTED LIGHT"

Rimando al post originale, con cui, rileggendolo ora dopo mesi, mi trovo ancora in piena sintonia...non cambierei una virgola:
http://omote-no.blogspot.com/2011/03/baby-dee-regifted-light.html



"Baby Dee Goes Down to Amsterdam"
é la registrazione della data in cui Baby Dee accompagnata da John Contreras al violoncello, Joe Carvell al basso ed Alex Neilsen alla batteria, hanno suonato al "Bimhuis" per l'Holland Fest. del 2009.

Buon ascolto!

12.23.2011

Album 2011 #08 Colin Stetson "New History Warfare Vol.2: Judges"

#08 COLIN STETSON - "NEW HISTORY WARFARE VOL.2: JUDGES"
Rimando al post originale:



Buon ascolto! :)

12.22.2011

Album 2011 #09 Hauschka & Hildur Gudnadottir - "PanTone"

#09 HAUSCHKA & HILDUR GUDNADOTTIR - PAN TONE
Rimando al post:

Siccome non ho trovato alcun video, lascio sotto "#294"
Hauschka & Hildur Guðnadóttir - #294 by sonic pieces
Buon ascolto! :)

12.21.2011

Album 2011 #10 Ben Frost & Daniel Bjarnason - Solaris

#10 BEN FROST & DANIEL BJARNASON - "SOLARIS"
Fin qui  si è mantenuto un umore piuttosto elevato, tante chitarre acustiche e niente archi a creare effetti claustrofobici, però da questo punto si cambia registro, e salvo due eccezioni più avanti, si comincia a sprofondare nel cupo...dopo un po' ci vuole!
Rimando al post originale (andate direttamente dove c'è la copertina album):
http://omote-no.blogspot.com/2011/10/postumi-melancholici-e-solaris.html
Purtroppo a parte il teaser non esistono molti altri filmati relativi:

Buon ascolto! :) ...e per questo album necessita l'ascolto in cuffia.

12.18.2011

Album 2011 #11 David Thomas Broughton "Outbreeding"

#11 DAVID THOMAS BROUGHTON - "OUTBREEDING"
Rimando al post:
Buon ascolto! :)
E poi pausa fino a mercoledì...esame in vista!

12.17.2011

Album 2011 #12 Scott Matthew - "Gallantry's Favorite Son"

#12 SCOTT MATTHEW - "GALLANTRY'S FAVORITE SON"
Per la scaletta del live sotto, rimando al post originale:
http://omote-no.blogspot.com/2011/06/scott-live-in-vienna-28511.html
Ho tolto le restrizioni al video, niente più password...tanto ricevere una mail minacciosa in più, od in meno, non mi cambia niente! :)


Buon ascolto! :)

12.16.2011

Album 2011 #13 Larsen "Cool Cruel Mouth"

#13 LARSEN - "COOL CRUEL MOUTH"






Buon ascolto! :)

12.15.2011

Album 2011 #14 Fink "Perfect Darkness"

#14 FINK - "PERFECT DARKNESS"



Buon ascolto!:)

12.14.2011

Album 2011 #15 A Winged Victory for the Sullen

#15 A WINGED VICTORY FOR THE SULLEN - "A WINGED VICTORY FOR THE SULLEN"
Rimando al post originale:
Buon ascolto! :)

12.13.2011

Album 2011 #16 Other Lives "Tamer Animals"

#16 OTHER LIVES - "TAMER ANIMALS"

Rimando al post originale (dove mi era scappata una "m" di troppo nel titolo...):




"The Partisan" di Leonard Cohen invece non ha nulla a che fare con l'album, tuttavia spesso l'hanno suonata dal vivo e la versione qui sotto mi è sembrata particolarmente bella!

Buon ascolto! :)

12.12.2011

Album 2011 #17 Puzzle Muteson "En Garde"/Olafur Arnalds "Living Room Songs"

Anche in questo caso non ho saputo scegliere...
#17 PUZZLE MUTESON - "EN GARDE"


#17 OLAFUR ARNALDS - "LIVING ROOM SONGS"
Direttamente dal suo sito (in cui si possono vedere tutti gli altri video) http://livingroomsongs.olafurarnalds.com/
Oppure il tutto già impacchettato qui: http://www.filesonic.it/file/4143969555



Buon ascolto! :)

12.11.2011

Album 2011 #18 Nat Baldwin "People Changes"/PJ Harvey "Let EnglandShake"

In questo caso due album diversissimi tra loro si eguagliano in numero di ascolti...e poi non sapevo decidermi!
#18 NAT BALDWIN - "PEOPLE CHANGES"
Rimando al post originale:


#18 PJ HARVEY _ "LET ENGLAND SHAKE"
Un vero e proprio post a riguardo non c'è, se non le due parole mal-scritte sotto, comunque non c'è bisogno del link :).
Registrato con il solito John Parish in una chiesetta ottocentesca posta su di una scogliera a picco sul mare, nel Dorset. "Let England Shake" è un album che incede al ritmo regolare ed omogeneo di una marcia militare, sì, scorre velocemente, con prepotenza, ma allo stesso tempo con la pesantezza di trascinarsi dietro scarponi ingombranti e duri, le riflessioni che non riguardano il proprio intimo, ma un'intera nazione. PJ non parla di se, amplia il suo campo visivo, invita la sua Inghilterra a svegliarsi, parla di guerra, della sua storia e delle sue conquiste (fatte a quali spese?), usandole come spunto di riflessione per la posizione dell'Inghilterra di oggi...




Buon ascolto!

12.10.2011

Album 2011 #19 Wild Beasts "Smother"

#19 WILD BEASTS - "SMOTHER"

Rimando al post originale:



12.09.2011

Album 2011 #20 Metal Mountains "Golden Trees"

Arrivati a questo punto dell'anno tutti quanti stilano le solite odiose classifiche (spesso identiche), ma tant'è, la tradizione vuole così... Come l'anno scorso la mia non è una "classifica", quanto più un indice di ascolti...anche perchè ciò che più mi ha colpita non può rientrare nell'elenco...ma verrà comunque anche il suo momento quando posterò la playlist '11 ad inizio gennaio. Ovviamente le mie scelte non hanno nulla in comune con le scelte Pitchfork o Stereogum (e questo delinea bene il fatto che di musica sì ne ascolto parecchia, ma in fin dei conti non ne capisco nulla), e quindi spazio per Bon Iver o Radiohead od ancora Wilco (tutti e tre mi sono antipatici in egual misura), non c'è!
Di tutti gli album si è già parlato nel corso dell'anno, quindi per informazioni e (soprattutto) per il download rimanderò al post dedicato su questo blog.
Random dalla 20 alla 30
Sam Mickens "Slay & Slake"
CindyTalk "Hold Everything Dear"
Okkyung Lee "Noisy Love Songs"
Esmerine "La Lechuza"
Wires Under Tension "Light Science"
Fennesz + Sakamoto "Flumina"
Bonnie Prince Billy "Wolfroy Goes to Town"
Current93 "HoneySuckle Aeons"
Justin Vivian Bond "Dendrophile"
Bjork "Biophilia"

#20 METAL MOUNTAINS "GOLDEN TREES"
Rimando al post originale:

Buon ascolto! :)

12.08.2011

Helena Espvall

Per ora di lei so soltanto che:
-è una violoncellista;
-è svedese ma trapiantata a Philadelphia;
-è decisamente interessante;
-bisognerà approfondire!


:)

12.06.2011

Ascolti poco impegnativi

Mettiamola così, settimana iper-impegnativa e tempo libero insufficiente per ascoltare il nuovo album di Matt Elliott e la collaborazione Picastro/Nadja con la dovuta attenzione (anche se di quest'ultimo sicuramente approfondirò a breve). In compenso però è pronta la playlist 2011 (anche se mi sembra ancora troppo presto per caricarla).
Giusto per curiosità e con poco impegno però è capitato:
            THE UNTHANKS "DIVERSIONS Vol.1"
The Songs of Robert Wyatt and Antony & the Johnsons
Primo volume di una serie che riprende le sorelle Unthank, tra l'altro uscite solo qualche mese fa con il loro terzo album "Last", durante esibizioni live tra il 2010 ed il 2011 in cui oltre a suonare i loro brani si sono cimentate nel coverizzare artisti che in qulache modo hanno ispirato il loro percorso musicale.
Questo primo capitolo registrato live, è il sunto della doppia data  alla Union Chapel (Londra), nel Dicembre 2010,  in cui le Unthanks hanno rivisitato ed esplorato la musica degli Antony & the Johnsons e Robert Wyatt...almeno la copertina riassume con coerenza lo "spirito" dei due in questione.
I brani scelti dal repertorio di Hegarty sono Bird Gerhl, Man is the Baby (sofferenza per me ascoltarla in una versione così stravolta!!), You Are my Sister, For Today I am a Boy, Paddy's Gone (che non mi dispiace), e Spiralling. Tra le brani di Wyatt invece si trovano Sea Song, Forest, Out of the Blue, Stay Tuned, Dondestan, Lullaby for Hamza, Lip Service e Free Will and Testament.qui
Per rendere l'idea...:


Restando in qualche modo in tema Antony Hegarty, lascio sotto un video relativo a "Salt in My Wounds", brano scritto dal Nostro per "The Life and Death of Marina Abramovic" ed eseguito dalla stessa Abramovic. Avevo già lasciato la sua performance relativa alla rappresentazione teatrale diretta da Robert Wilson, ma qui invece è relativa al gala celebrativo per William Basinski ed il suo Arcadia, tenuto lo scorso 2 novembre.

ISSUE @ 110 : ARCADIA Gala honoring William Basinski from Damian Calvo on Vimeo.
Tra l'altro sullo stesso canale vimeo si trovano altri filmati interessanti relativi alla serata...non dico altro! :)

Buon ascolto e buona visione! :)

11.30.2011

Without Sinking

Dopo molteplici riferimenti e svariati post dedicati ad album in cui lei stessa ha preso parte, questa volta è arrivato il turno di un'altra violoncellista pratica della tecnica looping, ossia Hildur (Ingveldardóttir) Guðnadóttir.
Musicista e compositrice islandese, per un certo senso il suo processo creativo potrebbe essere accostato a quello della qui ben nota Julia Kent, oltre che per la tecnica looping applicata al violoncello, anche per il modo di approcciarsi ad esso, ossia non limitandosi al campo delle sonorità classiche, ma integrando componenti elettroniche e field-recordings ampliando così di fatto le potenzialità dello strumento.
Come la Kent, Hildur Gudnadottir si divide tra un percorso solista, in cui oltre al violoncello ha sperimentato anche l'arpa, il vibrafono e la viola da gamba (antecessore del violoncello), ed un percorso di collaborazioni con altri sperimentatori sonori, in cui nonostante la giovane età, rientrano già Johann Johannsson, Valgeir Sigurdsson, Nico Muhly, Ben Frost, Pan Sonic, Throbbing Gristle, Múm e più recentemente la collaborazione con il pianista tedesco Hauschka per il concept album "PanTone", e la partecipazione al progetto A Winget Victory for  the Sullen con Dustin O'Halloran ed Adam Wiltzie. Bisogna ancora aggiungere all'elenco che è stata opening-act per svariate date del tour del 2009 di Fever Ray, ossia il progetto solista di Karin Dreijer Andersson (parte del duo "The Knife"). Nel 2006 pubblica sotto nome "Lost in Hildurness", il suo primo lavoro da solista, "Mount A", registrato in parte a New York ed in parte in una baracca nel nord dell'Islanda, in cui a suo dire, la qualità del legno norvegese con cui è stata costruita, era perfetta per l'acustica. Mount A è stato poi rivisto e ripubblicato nel 2010.
L'album che lascio qui però è il successivo "Without Sinking", uscito nel 2009 e registrato nel Greenhouse Studios di Sigurdsson. A questo punto salta fuori un'altra analogia: Julia Kent nel 2007 ha pubblicato il suo album di esordio (come solista) "Delay", lavoro elaborato nel corso dei suoi numerosissimi spostamenti aerei ed incentrato sulle sensazioni che si vivono in un aeroporto...quasi un mondo a se, ed allo stesso tempo omologato a tutti gli altri...incontri, saluti, addii, lunghe attese, partenze, arrivi, stessi rumori, stesso vociferare etc etc; la Gudnadottir invece nei suoi altrettanto numerosi spostamenti aerei, ha voluto indagare su ciò che si può osservare guardando al di fuori del finestrino, e più che sul susseguirsi di panorami montani, marini, di pianura o luci urbane, si è concentrata invece sulle formazioni nuvolose, la loro composizione, il loro aggregarsi ed il loro oscurare la porzione di superficie terrestre che si trova al di sotto di esse. In effetti non è così scontato pensarci, è possibile rendersi conto che al di sopra dello strato nuvoloso è sempre e comunque sereno, il cielo è limpido...sono loro ad oscurarci dal Sole.
Ne risulta un disco incentrato dunque anche sulle condizoni di luce (e si sa bene quanto queste influiscano sul nostro stato emotivo), un lavoro di non facile ascolto, riflessivo, oscuro, dilatato, spesso le sonorità sono soffuse e le note vengono mantenute così a lungo da trasformarsi in drone che si trascinano a fatica attraverso graduali ed impercettibili variazioni. qui 
Oltre alla sua già citata discrezione e sobrietà (caratteristiche rare e sempre ben accette), nei pochi filmati relativi a qualche sua performance (e nell'unica volta che ho avuto modo di vederla dal vivo, qui a Torino nel 2010), a colpire è anche la naturale cura estetica dei suoi movimenti nel suonare il violoncello, strumento elegante di per se, ma elemento questo a cui non sempre viene data importanza...
Erupting Light:




Buon ascolto! :)

11.26.2011

Turning

Come già anticipato di ritorno da Copenhagen nel post relativo al live dello scorso 2 settembre, l'11 novembre (sempre a Copenhagen) è stato presentato in anteprima parte del film/documentario "Turning", che riprende il noto tour degli Antony & the Johnsons qui in Europa nel 2006, realizzato in collaborazione con Charles Atlas.
Per chi come la sottoscritta è stato a Roma quel 31 ottobre 2006 (od il giorno dopo), sicuramente ha ancora ben impresso lo stupore e la poesia della serata, per chi è mancato: Turning è l'unione tra la musica sempre emozionante degli Antony and the Johnsons (nella loro formazione più classica: Kent, Moose, Moston, Langston e Parker...più qualche aggiunta) e lo sfondo visivo creato dal regista e video-artist Charles Atlas. La performance live prevedeva le orchestrazioni curate dai Johnsons, accompagnate dalle prodezze vocali di Antony e dalle immagini di 13 modelle queer newyorkesi i cui ritratti, intimi, misteriosi e di forte impatto emotivo, si avvicendavano sia sul palco, che proiettati in formato video. Il tutto offriva modo di riflettere riguardo il significato di innocenza, metamorfosi, identità ma anche sulla fisicità.
Questa a lato è una fotografia scattata da Mie Brinkmann, fotografa Danese molto interessante, che dopo tanti scatti di moda a cui Antony si è prestato, è riuscita (ed in questo in maniera particolare), a far emergere quel senso di indefinito che caratterizza Antony, non riferendomi certo alla questione legata alla sua identità di genere, ma al suo lato artistico, alle sue riflessioni, alla sua profondità. In occasione appunto della presentazione di Turning, Mie Brinkmann ha realizzato con Hegarty ed Atlas, il lavoro affascinante che si può vedere per intero sul suo sito:
http://miebrinkmann.dk/?page=news&id=antony-and-atlas#more

Aspettandosi che il film sarà disponibile prima o poi anche per il pubblico (un bel DVD non sarebbe male!!), intanto è disponibile il teaser:

Turning (Work In Progress) from disco naïveté on Vimeo.

In realtà mi ero decisa finalmente a scrivere di Hildur Gudnadottir, superando parte dei miei timori di risultare estremamente superficiale ed indelicata...data la sua particolare discrezione e riservatezza, poi d'improvviso è "spuntata" questa cosa...ed ha preso il sopravvento :)
Buon week-end! :)

11.22.2011

Bonnie


Bonnie Prince Billy en session privée au Trianon di telerama
Il gonnellone di lei però è agghiacciante! :)

11.17.2011

Slay-&-Slake

SAM MICKENS "SLAY & SLAKE"
Un anno fa, circa nello stesso periodo usciva "Blue Water White Death", collaborazione tra Jamie Stewart e Jonathan Meiburg (Shearwater), album che nulla c'entra con questo di Mickens se non indirettamente per lo stesso Stewart e per aver reso necessaria una completa revisione (ora come allora) della playlist di fine anno, prematuramente pronta...se poi si cambia un brano si scombina tutto!
Comunque sia, "Slay & Slake" è l'album di debutto da solista di Sam Mickens, già noto come membro degli Xiu Xiu, come vocalist e chitarrista dei The Dead Science, per le collaborazioni con Parenthetical  Girls, Deerhoof e Carla Bozulich. Registrato a Brooklyn e composto/eseguito interamente dallo stesso Mickens, non si distacca di molto dai suoi precedenti lavori, quindi pop, avant-garde, vecchi sintetizzatori e la sua voce molto particolare che talvolta a me ricorda Justin Vivian Bond. Qui
Senza aggiungere null'altro, se non che quest'album (almeno per me) è più una piacevole sorpresa, lascio il teaser e la spiegazione per il mantello di Batman (non da l'idea del super-eroe sfigato un po' come John Grant?) :) http://www.comicsalliance.com/2011/10/17/batman-lord-death-man-song-sam-mickens/
SAM MICKENS/ "Slay&Slake" Record Teaser from sue-ling braun on Vimeo.


Sotto 20 minuti della stessa sessione:
http://vimeo.com/m/20432691

Passando ad altro, recentemente la Pitchfork, in occasione del suo festival Europeo curato da Bon Iver (a Parigi), ha pubblicato questa piccola performance dei Wild Beasts:

11.11.2011

Processions

Giusto un paio di post fa si parlava di "Solaris", la collaborazione tra Daniel Bjarnason e Ben Frost, che rivisitando la soundtrack dell'omonimo film di Tarkovskij, combinava una vera e propria orchestra sinfonica alle sonorità drone di Frost, rendendo la prima quasi sintetica. (Ho rinnovato il link nel post in questione dato che era già evaporato).
Dato che di Frost si era già parlato in precedenza, ho ripreso allora "Processions", precedente album (uscito a metà 2010) di Daniel Bjarnason come "solista". Compositore, pianista e conduttore d'orchestra e co-fondatore della Isafold Chamber Orchestra con cui ha sviluppato due album di classica contemporanea...ovviamente è islandese anche lui, ed è  scontato dunque dire che fa parte della cricca di Valgeir Sigurdsson nella Bedroom Community! :)
Tornando all'album "Processions" si può dire sia un album di classica contemporanea ma che non si lascia mancare una propensione alla sperimentazione sonora, diviso essenzialmente in tre parti. Si ha quindi "Bow to String", un pezzo multi-traccia diviso in tre parti e composto principalmente per la violoncellista Sæunn Þorsteinsdóttir (funziona così: i cognomi che terminano con "dóttir" sono riservati alle donne, quelli che terminano con "son" agli uomini), in cui si alternano momenti caotici e violenti a momenti più delicati ed introspettivi.
Si continua con "Processions", un'altra composizione divisa in tre parti e composta però principalmente per il pianista Vikingu Ólafsson ed eseguita con l' Icelandic Symphony Orchestra, anche in questo caso si hanno numerose alternanze tra momenti intimisti di solo piano, momenti orchestrali melodici e sbalzi improvvisi di una certa intensità. Si conlcude con  "Skelja", questa volta una singola composizione per arpa e percussioni, eseguita da  Katie Buckley and Frank Aarnink. Qui 

Lascio sotto una parte (la prima) di "Bow to String", eseguita nel 2009 all'Iceland Airwaves:


Buon ascolto e buon week-end! :)

11.09.2011

Baby Dee and the Pink(?) eco-Fur

Nei giorni precedenti mi sono lasciata incantare da questi due video...due brani noti della Dee che si fa accompagnare da una piccola band - contrabbasso/basso, batteria e chitarra/trombone - con cui si sta esibendo in proprio quest'ultimo tour. A parte la sua solita bravura che è il caso di sottolineare, e la perfetta sintonia che la sua voce ed il suo piano trovano con gli altri elementi strumentali, è inutile negare che l'elemento di spicco, od almeno ciò che cade subito all'occhio, vuoi anche solo per evidenti motivi cromatici è un altro...un po' come quando si va a vedere Joan Wasser (Joan as Police Woman), brava, perfetta, affascinante, però...l'occhio cade sempre sulle sue scarpe, c'è poco da fare!
"As Morning Holds a Star"


"Safe Inside the Day"

Così, dopo averla vista più volte in ciabatte, calzini bucati e qualsiasi genere di casacca sgualcita, speravo di vederla fare il suo ingresso al Lapsus qui a Torino il 7/11, bardata proprio con quella eco-pelliccia di un colore oscillante tra il rosa ed il fucsia...e così è stato! Elemento che ha reso la serata ancora più divertente del solito, complice anche Palumbo a farle da spalla nel pubblico...piuttosto ridotto questa volta per via della troppa acqua ed annessi ponti chiusi (peccato perchè è stato un live splendido!).
 In attesa del doppio live "Baby Dee Goes to Amsterdam" che ancora non sono riuscita a reperire, metto qualche fotografia che ho scattato:


Non c'entra assolutamente nulla, ma questo David Thomas Broughton mi piace proprio!
"Onwards We Trudge"

11.03.2011

Un po' di sana spensieratezza freak

Quando l'unico commento lasciato scritto sotto la copertina di un album, in questo caso di un Ep, riporta testualmente: "bitches", è difficile non esserne incuriositi. Un po' perché questo tipo di commenti è spesso riservato a musiciste come le CocoRosie o Joanna Newsom, ed un po' è la copertina stessa ad evocare questo tipo di immaginario "freak" o stralunato che si voglia. Il successivo ascolto poi lo ha confermato.
Le "Stealing Sheep" sono un trio tutto al femminile di Liverpool formatosi nel 2010, con all'attivo un Ep dello stesso anno "I Am the Rain" registrato in varie location, dunque una camera da letto (...come tutti sappiamo, le Casady registrarono il loro primo nel bagno...), una palestra in disuso e gli Abbey Road Studios. A questo Ep è seguito lo scorso febbraio il singolo "The Mountain Dogs" e poi  la pubblicazione di questo "Noah & the Paper Moon" (qui), un mini album della durata di soli 25 minuti che ha la funzione di anticipare il primo vero album che verrà pubblicato nei primi mesi del 2012. Una chitarra elettrica che talvolta produce suoni particolarmente distorti ed ipnotici, una batteria improvvisata, ed una parte elettronica a cui si aggiungono le voci delle tre componenti a dare l'effetto di un coro, ricreano nell'insieme 11 brani che uniscono quel freak-folk (tanto amato quanto criticato), ad una parte più psychedelic...psych-folk dunque? Loro definiscono le loro sonorità come psych-pop...mah, tutte queste definizioni io non le ho mai capite...
Come si vede dalla copertina, gli abiti sono improbabili tanto quelli delle artiste sopra citate, ed un altro punto ad accomunarle è la voce...stridula, acuta, fastidiosa, che bene si accompagna però a questo tipo di  immaginario favolistilco.
Fino ad ora non vi è molto altro da aggiungere, data la recente formazione, qualche video risulta senza dubbio più esplicativo:






Pochi ascolti in questi giorni, cercherò di rimediare, intanto la prossima settimana sarà dedicata a Baby Dee, dato che suonerà per tre date in Italia e che in queste  farà tappa anche qui a Torino lunedì 7/11 al Lapsus con la sua band (magari riesco a fare qualche foto)...e poi sarà disponibile il suo doppio live registrato ad Amsterdam!
Buon ascolto! :)

10.28.2011

Postumi Melancholici e Solaris

Lo sguardo vuoto di Kirsten Dunst che sembra dominare consapevolmente la Fine, uccellini che soccombono alla gravità, un giardino che a me ha subito evocato il film "L'Année Dernière a Marienbaud" di Alain Resnais, il dipinto "Cacciatori sulla Neve" di Pieter Bruegel che si disintegra pian piano (chiaro omaggio a "Solaris" di Andrej Tarkovskij), Melancholia che si avvicina alla Terra, Claire (il commovente personaggio interpretato da Charlotte Gainsbourg) che sprofonda passo dopo passo nel terreno cercando inutilmente di salvare l'amatissimo figlio, la buca n°19, un cavallo (altro omaggio a Tarkovskij) che soccombe anch'esso alla forza pianeta che inevitabilmente sta per scontrarsi con il nostro, la sposa che trascina il suo fardello per poi essere trascinata via da una metaforica corrente d'acqua, e poi l'impatto, la Fine.
Questi sono gli 8 minuti che introducono Melancholia, la musica è come noto il preludio di "Tristan und Isolde" di Wagner, le immagini ricordano in quanto a cura e maniacale ricerca estetica, scatti in sequenza di Gregory Crewdson a dare l'effetto di un movimento in slow-motion. Qui l'intero prologo: http://www.youtube.com/watch?v=xWQ2YZG8kcA
ma consiglio di non guardare nulla con la pessima qualità internet, questa prima memorabile sequenza (ma vale anche per il resto del film), ha una fotografia da lasciare senza parole, ricerac questa che è parte integrante del film.
Ecco, dopo aver visto questi 8 minuti per i 5 minuti successivi non baderete minimamente a cosa capita nel film...semplicemente si rimane a bocca aperta con espressione meravigliata a contemplare Lars, poi la sequenza tornerà con insistenza alla mente anche nei giorni successivi.
Poi come già scritto su centinaia di pagine web, il film è suddiviso in due parti, ognuna caratterizzata dalla personalità di una delle due sorelle, l'una che sprofonda nella depressione e che attende Melancholia arrivi con freddo distacco, l'altra razionale e premurosa , terrorizzata  dalla fine imminente.
Forse però non così in molti hanno scritto degli ultimi 30 minuti del film, tanto angoscianti da essere insostenibili (in senso assolutamente positivo, intendo, a me tremavano le mani!), per poi lasciarti esausto sulla poltrona del cinema fino al termine dei titoli di coda, in silenzio. Per questo biisogna trovarsi però in linea con il pensiero forse un po' nichilista di Lars, ossia: non esiste null'altro.
Ho letto da più parti vari tentativi di paragone con "The Tree of Life" di Malick, film che controvoglia mi hanno obbligato ad andare a vedere, e se ci riferisce magari ai contenuti molto in generale (la Vita, il suo senso più "alto", la morte etc etc), sì magari, forse il punto che più gli accomuna è la ricerca e la cura estetica...su questo non c'è nulla da dire per entrambe. Forse però per riassumere il divario tra le due visioni e gli intenti preposti, basta mettere in relazione una sola scena  che accomuna le due pellicole; in maniera stilistica sia in  The Tree of Life che in Melancholia vengono presentati fotogrammi che ritraggono differenti porzioni  dello spazio, ma mentre per il primo è evidente fino all'esasperazione il tentativo di intendere il cosmo come una meraviglia creata da qualcosa di "superiore", con tanto di accompagnamento della "Lacrimosa", quasi a voler far intendere che l'Universo esista per ospitare la vita (visione che trovo arrogante), invece Lars accompagna quei pochi fotogrammi con il silenzio, e la conseguente sensazione di vuoto che genera, lo Spazio è materia, null'altro.
E questa è la linea, Malick in modo capzioso e fastidioso non fa che elogiare una "superiorità" creatrice ed il suo prodotto ultimo, ossia la vita, Lars invece in maniera razionale, fredda e diretta (e non catastrofica!) propone la sua visione...la casualità della vita e quindi la sua unicità, ma al tempo stesso la mancanza di un senso ultimo. Poi in base alle idee di ognuno  colpirà più l'uno che l'altro.
...che bello fare discorso a vanvera, ha sempre il suo fascino! :)
Per restare dunque in linea, con una certa coincidenza Ben Frost, musicista industrial e dedito al noise più cupo, di origine australiana ma trasferito in Islanda da qualche anno dove entrando a far parte della Bedroom Community è diventato stretto collaboratore di Valgeir Sigurdsson, ed il compositore Daniel Bjarnason sono stati commissionati per rivisitare la soundtrack di "Solaris", originariamente composta da Eduard Artemjev, e presentarla in anteprimain occasione dell'ultima edizione dell' Unsound Fest.
Frost ha messo le sue distorsioni elettroniche, Bjarnason ha diretto l'orchestra Sinfonietta Cracovia, e Brian Eno ha rielaborato le immagini del film in modo da proiettarle durante i pochi live concessi per questo progetto. E' affascinante come un'orchestra (più Frost alla chitarra) sia riuscita a produrre un suono quasi sintetico e disturbante tanto quanto quello tipico di Frost nei suoi precedenti lavori. Prima bisognerebbe recuperare "Solaris" (che non è proprio la "risposta" russa a "2001 Odissea nello Spazio"...!!), e la copertina album è significativa, e poi riuscire a tapparsi in un ambiente privo di suoni esterni, un po' come lo spazio, per riuscire a percepire in maniera adeguata le orchestrazioni che spesso giocano su toni molto bassi. Come già detto, personalmente lo trovo un album parecchio affascinante...lascio il teaser: Qui



SÓLARIS Teaser : Ben Frost & Daníel Bjarnason : "Reyja" from Bedroom Community on Vimeo.





Buon week-end e buon ascolto! :)

10.27.2011

@Cafe Oto

Trovandomi ancora in rotta di collisione con il nefasto pianeta "Melancholia", in questa settimana mi è stato impossibile ascoltare qualcosa che non fosse  musica da camera (nello specifico le composizioni  più deprimenti tipo "Adagio for Strings" di Barber). Per niente in linea con questo blog, e dunque riporto pari pari il resoconto del live Julia Kent- (r) ossia Fabrizio Modonese Palumbo- Cindytalk dello scorso 18 ottobre al Cafe Oto (Londra), con tanto di video allucinogeni inclusi:

http://www.fluid-radio.co.uk/2011/10/julia-kent-r-cindytalk-%E2%80%93-live-at-cafe-oto/

Julia Kent, (r), Cindytalk – Live at Cafe Oto

Posted On: October 26, 2011


Julia Kent from Gianmarco Del Re on Vimeo.
“I am happy to be in Europe where people can understand my jokes, the trouble is I don’t have any”. In typical self-deprecatory style, Julia Kent opened Tuesday’s gig with an assured set drawing mainly from her latest album, Green and Grey, a carefully balanced meditation on the dichotomy between the urban and the natural world. Focused and controlled, Kent resisted the temptation of overlaying the loops while weaving delicate and yet piercing melodies suggesting an unresolved sense of longing. In her set she mapped out a tender and fiercely humane diagram of fleeting moments hinged on the transitory nature of life. Her lightness of touch was remarkable, even when she laid bare her vulnerabilities.
A personal highlight was the wonderful Dear Mr Twombly dedicated to the late American painter, a track that took an elegiac tone without mutating into a mournful lament. And yet, at times, I found myself secretly hoping for some slippage of some kind, just to be able to momentarily lose my bearings. That is not to say that she treaded on safe ground opting for the genteel and the achingly beautiful. Instead she injected a suitable tension in the crescendo of several tracks that only sparingly gave way to a more languorous mode. As it was, Kent’s perfectly judged performance favoured a highly polished approach, without trying to be sleek. Deceptively easy to capture, it required active concentration in order to unveil its hidden subtleties. It made for rich pickings.

(r) live at cafe OTO from Gianmarco Del Re on Vimeo.
Back in London under his (r) moniker, and joined by Daniele Pagliaro, Fabrizio Modenese Palumbo was also on top form. A member of Larsen, who gave a rough around the edges but thoroughly enjoyable performance here at Cafe OTO only 10 days ago, Fabrizio also shares the bill with Julia Kent and Paul Beauchamp, as Blind Cave Salamander. As (r) however, he is able to indulge his queerest musical tastes with gay abandon which is what his did in spades.
Rigorously dressed in pink, complete with a pink feather boa, he was joined by Daniele Pagliero who created an electronic tapestry onto which Modonese Palumbo embroidered his electric set with a calculated frenzy that never felt hurried. Singing very softly in a baritone voice, when not howling as he did on Marlene Dietrich’s cover See what the Boys in the Background Will Do, Fabrizio quickly shifted gears moving from the sepulchral to the abstract, fracturing, in the process, any plausible interpretation of a post gay reading of standards such as Tammy Wynette’s The Ways to Love a Man or Marianne Faithfull’s Sister Morphine. Clearly enjoying himself Fabrizio Modonese Palumbo let rip wrestling his guitar while shredding the tracks from his album Drama Queen to bits. All done in good fun and with a penchant for the epic, which might have benefited from a few occasional trimmings, had it not been delivered with such unadulterated gusto that was difficult to dispute.
Third act of the night was the eagerly anticipated Cindytalk. Before coming on stage, Gordon Sharp told me he had prepared a noisy set. Having recently delivered a stunning trio of albums on the Mego label, home to Fennesz and Bill Orcutt, which saw him plunging into uncharted waters to develop a radically new language for Cindytalk, it was difficult to guess how that would translate into a live setting especially one tilted towards the noisier side of the spectrum. Starting off in a suitably sombre mode, more abrasive than melancholic, Cindytalk quickly captured the stage with an assured presence, which indicated that the transgender warrior was not willing to take any prisoners. And yet there was no posturing and nothing confrontational in Cindy’s voice. On the contrary it was immediately apparent how delicate and fragile Cindytalk’s sound was even if coated in an armour of steely dissonance. Performing with his eyes firmly closed as if cocooning himself as one does when inhabiting a non-space as described by Marc Augé, and only occasionally glancing towards the audience or to the back projection onto which spilled images pertaining to the feminine, I felt like an intruder eavesdropping on a very private conversation.

Cindytalk - live at Cafe OTO from Gianmarco Del Re on Vimeo.
It made me think of a passage from a Don DeLillo novel The Body Artist. “That night she stood outside his room and listened to him whimper. The sound was a series of weak cries, half cries, dull and uniform, and it had a faint echo, a feedback, and carried a desolation that swept aside words, hers or anyone’s. She didn’t know what it meant. Of course she knew. He had no protective surface. He was alone and unable to improvise, make himself up. She went to the bed and sat there, offering touches and calming sounds, softenings of the night. He was scared. How simple and true. He was there in the howl of the world. This was the howling face, the stark, the not-as-if of things.
Granted that there is no whimpering in Cindytalk sound, it is just the primeval fear I felt creeping up on me that brought me back to this passage, the feeling of loneliness echoed by Anna Karina’s face flickering on the screen. But it might have easily just been me projecting. Whatever it was, I was left trembling until, like softenings of the night, Julia Kent and Fabrizio Modonese Palumbo joined the proceedings halfway through Cindytalk’s set tracing the contours of a possible path leading towards the light. Without holding onto the helm, Cindy let them gently steer the boat within reach of the shore but still refusing to drop the anchor. The pervasive sense of displacement so intrinsic to Cindytalk’s music remained intact. Never going for the easy option Cindy sat at the piano like someone trying to articulate in a foreign language something deeply personal.
Having prepared myself to a barrage of noise I kept loosing my footing taken aback by the sparseness of the sound enveloped by Julia Kent’s cello and Fabrizio Modonese Palumbo’s electric guitar and viola with murmurs of appeasement. It was a performance that subverted my expectations. Once again, I will borrow from Don DeLillo’s novel to voice my feelings. There is a passage where he writes about the wind, which sums up my experience “There is something about the wind. It strips you of assurances, working into you, continuous, making you feel the hidden thinness of everything around you, all the solid stuff of a hundred undertakings-the barest makeshift flimsy.”
In the end I was left with more questions than answers, and that to me is always a good sign.
- Gianmarco Del Re for Fluid Radio
Poi ho visto che ormai è stata sdoganato su qualche blog anche "Dendrophilia" di Justin Vivian Bond...magari domani sempre che l'orbita melancholica prenda un'altra via...molto più probabilmente mi soffermerò su un album splendido ma deprimente, che a Melancholia si ricollega in maniera stretta, ossia la rivisitazione di Ben Frost e Daniél Bjarnason della soundtrack del film di Andrej Tarkovskij "Solaris".